Se l'intelligenza Artificiale fa povero Aranzulla
Leggere oggi gli alert di Aranzulla sull’Intelligenza Artificiale che scavalca la SEO di Google e mette in crisi assetti e ricavi dei siti di informazione fa sorridere. Perché sostituendo l’espressione “motori di ricerca” a “intelligenza artificiale” e la parola “giornali” a “Google” pare di rileggere un articolo di una quindicina o ventina di anni fa. (“Con l’IA il mio sito perde il 25%. Io vivo di rendita ma c’è un problema per tutti” dice il creator digitale a Fanpage )
Chi la fa l’aspetti? La tecnologia ha stravolto il mondo dell’informazione con la disinintermediazione causata dalla avvento di Internet, dei siti, dei motori di ricerca che da un momento all’altro o quasi hanno rivoluzionato la produzione e la diffusione delle notizie e delle informazioni commerciali insieme con esse. Lo hanno fatto divorando le risorse pubblicitarie, costringendo i produttori tradizionali di contenuti informativi a pagamento a consegnare gratuitamente il loro prodotto alle “Serp”, le famigerate pagine-risultato di ogni ricerca. Siamo stati costretti a cambiare il modo di scrivere, a fare testi per piacere alla macchina, disimparando la scrittura empatica che coglie l’attenzione, approfondisce i contenuti e piace agli umani. Abbiamo infarcito gli articoli di parole chiave, ubbidienti alle regolette adatte a incuriosire gli spider dei motori di ricerca affinché la parola “amatriciana” riportasse a quel tale ristorante, magari specializzato in tutt’altro, ma che trovandosi in una certa zona vuole comparire in cima alle ricerche quando l’avventore ha fame e cerca dove andare a sedere a tavola.
Adesso chi piange è Salvatore Aranzulla, un signore scaltrissimo che è riuscito a trasformare in oro la capacità di fornire spiegazioni tecniche in modo lineare e alle volte anche banale, avendo costruito una rete di blog prima, poi di pagine e siti in grado di calamitare tutti i cultori di amatriciana del mondo. Fuori di metafora, capace per la abile costruzione dei suoi contenuti di essere il prezzemolo di Google: qualunque cosa si cerchi, di tecnologia, informatica, computer, telefonini e non solo, al primo posto... tac, c'è Aranzulla che spiega e spezzetta in decine di pagine le sue istruzioni, da cliccare una dopo l'altra in modo da fare ulteriore incetta di clic e corroborare la sua popolarità nel sistema.
La cattiva di turno è diventata l’Intelligenza Artificiale che cambia questo modello: già dal nome più figo del motore di ricerca, si sostituisce ad esso, anzi ne sfrutta il lavoro: in pratica, la stessa cosa guarda caso che Google e soci fanno ormai da anni con giornali e siti d’informazione. Ma, anziché restituire una lista di indirizzi - che per Google si traducono in incassi pubblicitari, per Aranzulla e per tutti gli altri che seguono - fornisce una sintesi, un raccontino molto bene organizzato, grazie alla sua abilità e velocità. Che non conduce più, come avviene tuttora i motori di ricerca, anche se ogni giorno in misura minore, direttamente al sito che ha diffuso la notizia.
Già oggi quel signore che spadella di tutto, ma è bravissimo a presentarsi con la keyword “amatriciana”, comincia a capire è il nuovo sistema è più difficile da intortare e che l’AI magari all’avventore buongustaio che gli rivolge la domanda, suggerisce la Sora Teresa, più pratica di fornelli che di parole chiave, ma che dalle recensioni risulta bravissima con guanciale, pecorino e pomodoro.
Come andrà a finire non è dato sapere, impossibile pronosticare fra due o fra 20 anni chi prenderà il posto di chi oggi sta soffiando spazio e soldi (anche se di meno, l’AI non ha ancora un modello di business definito, va tenuto bene a mente) alla tecnologia precedente. Ma se OpenAI fa il suo motore di ricerca è chiaro che i soldi stanno lì.
Una previsione si può però azzardare: i fondamentali del corpo umano, occhi, orecchie, cervello non cambieranno, resteranno i suoi sensori e il suo hardware per captare ed elaborare ciò che avviene nel mondo che circonda. Ed è a quelli che bisogna guardare. Perché saranno sempre i meccanismi neurofisiologici a dominare la scelta delle soluzioni.
Il cervello elabora e legge a una velocità di vari ordini di grandezza inferiore alle possibilità degli strumenti digitali mentre apprende, in modo molto più efficiente delle macchine, per quanto "intelligenti" le si possa definire. E non c’è Musk che tenga e che possa impiantarci elettrodi per modificare la situazione. È la tecnologia a doversi adeguare alla nostra velocità di elaborazione, non viceversa. Stando attenta, perché siamo più attenti e capaci di comprendere: la plasticità sinaptica del cervello umano è vincente.
Per questa ragione non è consigliabile stracciarsi le vesti ascoltando i catastrofisti. Occorre grande attenzione, è necessario tenersi aggiornati e seguire l’evoluzione delle tecnologie, studiare e anche faticare per districarsi nella foresta di informazioni dalle quali siamo potenzialmente sopraffatti.
Ma bisogna procedere con la certezza che prevale e prevarrà l’uomo con le sue caratteristiche. Così come a tavola preferiamo un piatto di pasta fumante a una bustina di cibo liofilizzato, continueremo ad essere più sensibili verso contenuti in grado di adeguarsi ai nostri ritmi, capaci di catturare l’attenzione e di restare nella nostra mente.
Francamente, leggere della preoccupazione di Aranzulla - e quelli come lui proliferati e diventati ricchi a discapito della vecchia industria editoriale - per la perdita di posti di lavoro di chi scrive per i siti, oggi un po’ fa tenerezza.
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